SIMONE DE MAGISTRIS

Ultima Cena
Sarnano Pinacoteca

Un quadro manomesso due volte

 
     
 
 
Il quadro come si presentava prima del restauro degli anni Novanta.
(Foto di Albo Tardella)

Si direbbe una vita travagliata quella di quest’opera del Maestro caldarolese, dipinta nell’ultimo periodo e con ogni probabilità con l’aiuto del figlio.

Questo quadro, ora nella Pinacoteca di Sarnano, ha avuto la sventura di subire (in epoca non precisabile) una riduzione di formato, cioè l’asportazione del lato sinistro e la conseguente ridipintura di ben cinque apostoli, intervento questo d’altra mano che ne ha causato scompiglio nella composizione e deterioramento della qualità del dipinto.

Il quadro è stato oggetto di alcuni spostamenti, sempre a Sarnano.

Molto probabilmente fu commissionato a De Magistris per un refettorio (Monastero delle Clarisse); lo ritroviamo nella chiesa di S. Francesco (come risulta dalla Guida Turing del 1937), per approdare infine nella Pinacoteca.

A meno che non si sia trattato di un principio d’incendio, è possibile che la mutilazione del lato sinistro dell’opera (ipotizzabile intorno ai 60 - 70 cm) sia dovuta a nuove esigenze di spazio, come potrebbe essere l’adattamento a un altare.

   
Schizzo con annotazioni relativo alle figure del rifacitore.

Prima manomissone

Dopo aver operato il taglio si dovette provvedere alla ridipintura dagli apostoli perduti. All’incombenza fu chiamato un pittore mediocrissimo, mancante di talento, che ha biascicato una pittura impiastricciata e senza vigore, a tal punto insipida da risultare persino difficile attribuirle una data certa. Anche a un rapido sguardo è facile capire quanto quei "tipi" da lui dipinti (non li chiamo di certo apostoli) siano degli estranei in quel convito, trascinativi a forza e lì appiccicati come un grumo untuoso e oscuro. Sono flosci, mancano di movimento, non hanno bagliori né respiri; sordi e terrosi nelle tinte e del tutto refrattari alla vivace atmosfera che anima il cenacolo. Nulla in essi che possa ricordare la tavolozza di Simone.


Dei cinque apostoli che in origine occupavano lo spazio irrimediabilmente perduto dell'opera, quattro sono stati ridipinti allineati lungo il margine a sinistra: tre incastrati tra le vivande e il limite della tela e uno, a figura intera, portato in avanti e pericolosamente avvicinato al Giuda; il quinto invece è stato trasferito sul lato opposto e là rannicchiato tra il primo apostolo e la popolana con la gerla di pane. È quell'ometto rattrappito, dalla testa grossa, con indosso una tonaca marrone da fraticello. (Anche il fazzoletto sul capo della popolana è di mano del rifacitore).


Di certo l'ignoto pittore deve aver gettato un'occhiata veloce alla Cena di San Ginesio, cercandovi ispirazione. Anch'egli, come Simone, doveva risolvere il problema di far entrare molte figure in uno spazio esiguo. E lo ha fatto. Con la differenza che quelle di Simone sono teste, umanamente atteggiate, con volti espressivi dotati di anima, mentre quelle da lui dipinte ci appaiono sfatte e insulse maschere incastrate in posizioni impossibili. Infatti se proprio si volesse osservare quel trio di impilati con una certa benevola attenzione, non potrebbe sfuggire al nostro sguardo la buffa situazione in cui si trova quello di mezzo. Il tapino pare stia soffocando e nell'angusto spazio dove è stato ficcato dal suo artefice, allunga a più non posso il collo e pare agitare la mano come per chiedere la grazia di una boccata d'aria. C’è da dire anche che quella mano apparteneva a uno degli apostoli perduti, adattata poi del rifacitore alla nuova situazione.

I due tipi semicalvi, di profilo, dalle barbe biforcute sono figure rubacchiate da altri dipinti. Anzi, è una stessa figura ad essere servita da modello per entrambi (certamente un devoto orante), modificata quel poco necessario per differenziare. Quello a sinistra, con le mani giunte (il suo autore ovviamente gliene ha lasciata visibile una sola) è stato rivestito con una casacca rossa stretta in vita da una cintura nera; l'altro, con la barba infoltita e la fronte lanuginosa, con un saio color patata e una lunga pezza di tessuto giallo che gli cade da una spalla. Questo tizio ora, stampato nel suo netto profilo, se ne sta  imbambolato a fissare il vuoto e con una mano a mo' di cotechino sospesa a mezz'aria regge uno straccio sporco.
Come dunque si può facilmente intendere il danno arrecato con la ridipintura su questa Cena di De Magistris è rilevante: anzitutto perchè è una manomissione e poi per il bassissimo livello qualitativo dell'intervento che svilisce l'opera.
In questa immagine sono stati estratti gli “apostoli” ridipinti dall’ignoto rifacitore.

Poiché il quadro non ha più la funzione sacra per cui è stato dipinto la cosa migliore da fare, con la pulitura e il restauro, sarebbe stata quella di cancellare l'oltraggio asportando tutto quello che non è di mano di Simone e facendo riapparire la buona pittura che sta sotto.

Purtroppo i restauratori hanno agito diversamente.

   
L’opera come si presenta oggi.
(Foto di Donatella Graciotti)

Seconda manomissione

Non ho alcuna difficoltà a sostenere che anche l’operazione di restauro, avvenuta nei recenti anni Novanta, sia una ulteriore manomissione di quest’opera del De Magistris. E mi spiego:
Quando nel 1999 rividi il dipinto ritornato nella Pinacoteca di Sarnano mi chiesi con quale criterio i restauratori avessero condotto il loro lavoro. Immagino con quello di voler salvare capra e cavoli, come si dice, con il risultato che ora il quadro presenta un aspetto stranamente surrealistico.

I restauratori si sono subito resi conto di trovarsi di fronte a un quadro ritoccato, a un'opera non tutta dello stesso autore e certamente, come dinanzi a un bivio, si saranno posti la domanda: lasciare tutto così come sta oppure togliere (come personalmente speravo) tutto ciò che non è di De Magistris? Purtroppo la scelta è stata quella del compromesso. Anziché rimuovere del tutto la cattiva pittura che deturpa il quadro si è preferito assicurare la ‘sopravvivenza’ ai personaggi dipinti dal rifacitore, non cancellandoli oppure cancellandoli soltanto ‘un poco’: insomma il sufficiente per creare il pastiche che ora è sotto i nostri occhi.


All'esame radiografico sarà loro immediatamente apparsa sulla sinistra la magnifica figura di un mendico che si avvicina alla tavola degli apostoli con una ciotola in mano, figura del tutto occultata dalla lunga pezza gialla indossata dal pelato barbuto. E dunque, per portare alla luce questa figura non rimaneva altro da fare che togliere via quella specie di mantello, ma ciò senza cancellare il personaggio che l'indossava, il quale, ancorché privo di tale indumento e con la schiena un po’ ‘raddrizzata’, purtroppo continua imperturbabile a fissare il vuoto. Inoltre ora questo tizio sembra posare il suo sedere sul nulla, poiché la cancellazione della pezza gli ha fatto sparire anche quello che sotto si poteva intendere come uno sgabello o comunque un sedile. Quando si nasce sfortunati…

 

 

All'altro pelato invece, quello della casacca rossa, è stata “salvata la testa”. Sì, solo la testa. Il corpo con la casacca rossa e la mano sono stati cancellati e la testa ora appare come la visione di un fantasma sopra un piatto di peltro sul quale è posato un coltello. Un'immagine surreale e macabra, una sorta di S. Giovanni decollato che non si capisce bene che ci stia a fare lì.


Anche le altre due teste, quelle impilate sopra il ‘fantasma’, si sono salvate (e la pulitura ne ha evidenziato maggiormente le loro brutte facce) e il fraticello sulla destra continua imperterrito, col suo testone e il corpicino rachitico, a starsene scomodamente rannicchiato nel suo cantuccio.


Rimango del parere che con una asportazione totale della brutta pittura dell’ignoto rifacitore si sarebbe raggiunto il risultato di avere un’opera recuperata, non nella sua interezza, ma almeno nella sua originale qualità e bellezza.

  La testa del “fantasma” a cui è stato tolto il corpo e che ora appare sopra un piatto dove è posato un coltello.
   

La figura riemersa

Il mendico pellegrino ora visibile è una figura molto bella ed espressiva e grazie ad essa l’opera si è arricchita di significati simbolici oltre che di pittura. Raffigura il personaggio che si avvicina tenendo al guinzaglio il cane, personaggio che non era (come precedentemente avevo ipotizzato) nella parte perduta della tela, bensì occultato dalla cattiva pittura del rifacitore. È una nota pauperistica che forse all’epoca del rifacimento poteva risultare un po’ fastidiosa? Certo, se il rifacitore l’avesse lasciata avrebbe spennellato di meno e ottenuto di più a tutto vantaggio dell’arte.

La figura del mendico pellegrino. La mano sinistra, in ombra, regge il bordone e il guinzaglio del cane (foto e schizzo a matita).

Sono presenti in questa figura i tratti caratteristici della pittura di Simone, quelle secchezze per lo più evidenti nelle pieghe delle vesti e qui in modo più netto nel braccio; pieghe rigide e spigolose secondo quella costruzione prismatica che è tipica del Caldarolese.

Il mendico indossa il cappello dei pellegrini, con l’ampia tesa che gli proietta l’ombra sugli occhi.

Con la mano destra, asciutta e ossuta, porge una ciotola di legno, mentre la sinistra stringe il bordone e nel contempo il guinzaglio del cane. Dalla manica si vedono sbucare i lembi sbrindellati di una camicia bianca.


Il lavoro di restauro e di intelaiatura ha portato al recupero di qualche centimetro di tela sia a sinistra che a destra.
                                                                                  Giorgio Radice